CHIMERE O MOSTRI

Chimeras symbolize the hybrid par excellence. They recall that dialogue with the different to which we seem no longer used, perhaps because it would question our way of life, the values ​​with which we look at the world. Yet, not only our phylogenetic past speaks to us of hybridization but also our first traces left on the walls of the caves indicate a period in our history in which there was a continuity between the human and non-human dimensions. The appearance of the drawing of the human body is preceded by heteromorphic images, which contain different species, including man. It seems a reality in which dialogue with the different is still possible, where chimeras are mythological figures rich in meaning. Through them, man is not locked up in his way of existence, but is open to the world because he feels that he is part of it, that he shares his own aspects with it. The myth thus becomes an epiphany, a revelation. The modern era, however, has severed this link, emptied the world of symbolism and transformed chimeras into monsters, hostile and reprehensible creatures precisely because they participate in two or more natures. Animality has become synonymous with regression, the plant world pure passivity. Contrasting this vision means problematizing hierarchies, looking at animality not as something impure, to be eradicated in us and outside of us, accepting our hybrid nature.

Le chimere simboleggiano l’ibrido per eccellenza. Richiamano quel dialogo con il diverso a cui sembriamo non essere più abituati, forse perché metterebbe in discussione il nostro modo di vivere, i valori con i quali guardiamo il mondo. Eppure, non solo il nostro passato filogenetico ci parla di ibridazione ma anche le nostre prime tracce lasciate sulle pareti delle caverne ci indicano un periodo della nostra storia in cui c’era una continuità tra la dimensione umana e non umana.
La comparsa del disegno del corpo umano è preceduta da immagini eteromorfe, che racchiudono diverse specie, uomo compreso. Sembra una realtà in cui il dialogo con il diverso è ancora possibile, dove le chimere sono figure mitologiche ricche di significato. Attraverso di esse l’uomo non è rinchiuso nel suo modo d’esistenza, ma è aperto al mondo perché sente di farne parte, di condividere dei propri aspetti con esso. Il mito diventa così epifania, rivelazione.
L’epoca moderna però ha reciso questo legame, svuotato il mondo di simbolismo e trasformato le chimere in mostri, creature ostili e riprovevoli proprio perché partecipi di due o più nature.  L’animalità è diventata sinonimo di regressione, il mondo vegetale passività pura.
Contrastare questa visione significa problematizzare le gerarchie, guardare l’animalità non come qualcosa di impuro, da estirpare in noi e fuori di noi, accettare la nostra natura ibrida.